Richiamato alle armi partii il 17 di Gennaio per Bologna con destinazione al 31° Reggimento
fanteria carristi Compagnia Reggimentale e venni inviato all'officina meccanica di cui facevo già parte
nel 1937 nel periodo del servizio di leva obbligatorio e là trovai gli amici con i quali mi ero congedato nel 1938.
Indossata la divisa grigioverde,dopo alcuni mesi di addestramento alle armi il capitano
comandante la compagnia Reggimentale ci assegnò i nostri compiti di servizio. Io ritornai in officina
altri all'istruzione, alcuni ai compiti impiegatizi della fureria.
Il 31° Reggimento era anche scuola di addestramento tattico di “carrismo” sia per gli ufficiali novelli che per i volontari aspiranti alla carriera di sott'ufficiali, che venivano abilitati alla guida degli automezzi e a quella dei carri armati, sul terreno accidentato con ostacoli naturali, come i fossati , e i dossi creati in cemento,questo tratto
accidentato era chiamato percorso di guerra e noi carristi abilitati eravamo i loro istruttori di guida: caporali, caporal maggiori, sergenti e marescialli erano adibiti a questi compiti.
La vasta autorimessa accoglieva dieci carri pesanti così detti di rottura, residuati della guerra del
1914 e una ventina di carri piccoli veloci denominati carri d'assalto modello -L 35 ( carri leggeri )
Inoltre erano alloggiati le auto dei servizi giornalieri, sia per la spesa viveri,sia per i servizi necessari
al Reggimeto,sia pure per le istruzioni quotidiane di preparazione militare.
Molti mezzi erano in servizio tutto il giorno.
Il parco automezzi consisteva 4 autocarri Lancia Rho, di due carri 38 Spa, di due 17- ter-Spa residuati di guerra del 1914, di due 1100 mimetiche per ufficiali, 6 moto Guzzi, una Gilera e una Bianchi, requisite dallo Stato per uso militare.
L'Autorimessa era sotto la responsabilità dell'ufficiale di servizio giornaliero, la responsabilità dei lavori era affidata ad un maresciallo e condivisa da un sergente meccanico motorista, da me e da altri due meccanici.
Ogni giorno giungevano i richiamati alle armi delle classi 1915,1914,1913,fino alla classe 1910 che fu l'ultima risorsa militare e dopo una sommaria istruzione d’armi e di guida, venivano inviati in Africa o in Albania o in Russia.
Dopo un mese di attesa anche il 31° Reggimento fu mobilitato equipaggiato e inviato in zona di guerra, diviso in due contingenti uno fu destinato in Albania,di cui facevo parte quale meccanico di servizio nella officina reggimentale, l'altro contingente fu destinato in Cirenaica a fronteggiare l'esercito inglese che premeva in potenza sull'esercito italo- germanico.
Equipaggiati con armi e bagagli partimmo da Bologna il mattino dell'11 Maggio con un treno tradotta, detto “bestiame” con i conforti di sostentamento di due scatolette di carne congelata e due pagnotte di gran turco. Giungemmo a Bari stanchi dalle continue fermate per dare le precedenze a treni locali e a convogli militari che trasportavano artiglieria e carri armati verso il Sud.
Era giunta la sera incolonnati e affardellati, raggiungemmo gli alloggiamenti a noi riservati nei locali piano terra dell'edificio della Fiera del Levante in attesa dell'imbarco. Consumato il rancio a secco riposammo sui materassi già preparati e presto il vocìo e il viavai si acquietò in un sonno profondo, ci destammo di buon'ora e dopo avere ricevuto il caffè mattutino e dotati tutti di permesso di uscita potemmo visitare la città di Bari.
Dopo due giorni di attesa, la mattina del 13 Maggio prendemmo la via del porto incolonnati e affardellati di tutto punto; il cielo sereno e luminoso confortava l' euforia scanzonata, come se non si partisse per una guerra ma per una lieta scampagnata. Una gioventù ignara veniva inviata verso un destino crudele per un’ eventuale morte inesorabile e tragicamente orribile.
Una nave mercantile ci accolse con tutte le nostre armi e i nostri bagagli, prendemmo i posti assegnati mentre i marinai ci dotavano di un salvagente a girocollo.
Appena completato l'imbarco, la sirena di bordo diede il segnale di partenza e noi assiepati ai bordi osservavamo tutti i movimenti dei marinai finché udimmo il fremere della nave che azionava i motori e mollati gli ormeggi si ebbe il lento distacco dalla banchina.
Usciti dal porto il mare Adriatico si estendeva all'orizzonte senza fine azzurro e piatto, la navigazione era cauta e per la paura di eventuali siluramenti a tratti la nave variava la rotta. La traversata fu tranquilla e giungemmo a Valona
nel tardo pomeriggio, la nave diede fondo al largo per il basso fondale della rada e calarono le scialuppe.
Ci imbarcarono sulle scialuppe e raggiungemmo il porto di Valona sul fare della sera.
Ci attendeva una colonna di autocarri dell' esercito, prendemmo posto e partimmo per la zona interna verso la campagna di Fieri, località ricca di uliveti e lì ci attendammo a coppie.
Alloggiai con il mio amico Gigi Figallo coetaneo, concittadino e compagno della mia fanciullezza, alzata la tenda canadese e distese le nostre coperte restammo in attesa che grazie alla cucina da campo venisse distribuito il rancio della sera. Rimanemmo intenti a conversare, altri stavano tranquillamente riposando altri giocavano una partita di scopone. Ristorati dal rancio a notte inoltrata ci coricammo affaticati e presto prendemmo sonno.... Ci svegliarono gli squilli di tromba annuncianti la distribuzione del caffè , noi dotati di gamellino, ci inserimmo nella fila disordinata sotto lo sguardo accigliato del sergente di giornata che vigilava sulla distribuzione del caffè.
L'esuberanza giovanile accettava di buon grado il caffè di cicoria e come tutti i giorni l'attendamento era movimentato per continuo via vai di chi faceva le solite pulizie comandate, c’era chi oziava in tenda, chi passava le giornate a giocare a carte, chi scriveva ai propri cari, e chi burlone rompeva le scatole ai compagni, chi andava per i fatti suoi in cerca di emozioni, ma all'ora del rancio la Compagnia era al completo e inutili erano gli appelli.
Verso la mezzanotte sul nostro attendamento alleggiava una atmosfera notturna silenziosa.
La sveglia mattutina del trombettiere echeggiò sotto gli ulivi invitandoci a muoverci e a lavarci all'autobotte, ad essere pronti a sorbire il caffè per attendere gli ordini dell'ufficiale di giornata ai servizi di assestamento di pulizia nell'attesa di essere trasportati in zona a noi assegnata.
Dopo una settimana di attesa giunse l'ordine di partenza,smontammo le nostre tende e ogni cosa
venne riposta in casse, la cucina si smobilitò, ci furono assegnati i viveri a secco: due scatolette di carne congelata,due pagnotte di granturco era la nostra razione giornaliera.
Nel frattempo giunsero gli autocarri e caricammo il materiale in fretta e quando tutto fu caricato, prendemmo posto sugli automezzi a noi riservati e la colonna militare iniziò il suo viaggio verso il confine montano della Grecia dove accanito si svolgeva il tragico conflitto tra l'esercito italiano,le armate fasciste e l'esercito greco accanito difensore dei propri confini.
La nostra colonna attraversò monti e valli a mezzogiorno giunse ad Argirocastro
un antico paese schipetaro di contadini, di pastori, dominante una vallata cinta da montagne pietrose che
si estende verso est,verdeggiante, fiorita, aromata da essenze primaverili.
La Vojussa un fiume che scende dal monte greco Pindo l'attraversa benefico, limpido, scintillante di riflessi solatii lento,silenzioso scende verso il mare.
D'innanzi a questa visione agreste suggestiva ci giunse l'ordine di scendere affrettarsi ad occupare l'area assegnataci, alzare le tende e nel più breve tempo possibile rendere funzionale l'accampamento. Ognuno si affrettò ad eseguire gli ordini, io e il mio amico Gigi alzammo presto la tenda disponemmo le nostre robe. il tascapane, il fucile, le coperte e colmammo con erba il nostro materasso. Gigi era addetto alla fureria e quale furiere si apprestò ad occupare l'autocarro Lancia Ro destinato a fureria e a sistemare le sue cose di ordinamento militare per fare sì che il Capitano Andreani, Comandante la Compagnia Reggimentale potesse adempiere alle sue funzioni. Rizzate le tende, gli alloggiamenti degli ufficiali e sistemata e resa funzionante la cucina, sul fare della sera l'accampamento era pronto ad ogni evenienza militare. Io e i miei colleghi meccanici non abbiamo avuto molto da fare se non stendere un pesante telone a modo di protezione sull' auto officina alla quale aperti gli sportelli laterali, mostrava gli utensili di lavoro ordinati. Così fatto, ogni cosa ebbe posto e noi ce ne stavamo tranquilli in attesa dell'ispezione, dialogando, fumando,scherzando giunse i Capitano in tenuta mimetica con l'ufficiale e il sergente di giornata, noi sull'attenti attendevamo il riposo, la lode e il saluto di congedo.
L'ora del rancio della sera era vicina, infatti lo squillo del trombettiere movimentò la vita all'accampamento, la solita fila ordinata, i soliti screzi tra amici,lo scroccar sigarette Milit, il rumore impaziente delle gavette percosse e finalmente ecco giungere il turno della sbobba minestra di pasta scotta e il solito pezzettino di carne e il.gavettino di vino sorbito con il lieto buon umore della giovinezza.
Scende lentamente la sera sulla pianura e la meraviglia trascendentale è osservare il firmamento da una zona senza luci. La Luna spendeva luminosa in tutta la sua magnificenza, le stelle risplendono di una vivezza a noi impossibile osservare dalle città ; il firmamento nella sua immensità cosmica è veramente divino. Alla sera il monotono gracidar delle rane è il concerto che diffonde le rane Miriamalle. Il serale notturno gracidio preludio musicale dei nostri torpori riposanti, destò alcune settimane dopo nella mente di alcuni carristi che di rane se e intendevano, una silenziosa caccia notturna: armati di forchette appiattite legate su cannicci o bastoncini appuntiti forniti di pile elettriche si diedero alla caccia delle rane come in un safari ,sulle piccole paludi si notavano decine di lumini in movimento, sembravano lucciole giganti.
Al mattino la compagnia era in fermento il ricco bottino notturno di rane aveva contagiato tutti, chi le aveva già gustate ne decantava la bontà e chi non le aveva mai gustate era desideroso di provare. Io possedevo un fornello a benzina " Primus " di buona fattura, subito venne impegnato da un amico cacciatore per cuocere
e farci provare la loro gustosità. In tutte le tende al pomeriggio, nell'ora di riposo ,chi azionava fornelli
improvvisati, chi usava barattoli di latta chi come me aveva un fornello a benzina, tutti avevano la loro cucina e i loro amici invitati. Si gustarono le rane anche se inizialmente c'era una leggera repulsione
ma appena assaggiate, mio Dio che bontà.
Nel volgere di un mese le paludi diventarono silenziose solo rari gracidii vagavano nell'aria notturna,erano i superstiti che volevano morire.
La zona assegnataci , come avevo scritto era molto suggestiva. A Nord ovest si ergevano sterili montagne ma quella che alle sue falde alloggiava il villaggio Giurguzzati dominante la vallata era caratterista per il fatto che fra tanta sterilità montana possedeva il verde d'una florida natura alquanto domestica in cui si distendeva un piccolo villaggio di case rustiche di pastori contadini che sembrava un tradizionale presepe. La sua chiesuola era bellissima tutta in pietra viva in stile Gotico si ergeva dominante su di un poggio verdeggiante con a lato due cipressi.
Rimasi talmente colpito da questo rustico villaggio che mi venne il desiderio di visitarlo. Una domenica in cui gli impegni di lavoro oziavano, e il cielo era sereno luminoso ebbi il desidero di visitarlo; invitai il mio amico Gigi a farmi compagnia ma preferì a riposare.
Miriam la bella bambina albanese
Riempita la boraccia d'acqua,presi la via della montagna.
a passo lento fermadomi ogni tanto a scrutare il paesaggio e riposare un poco data la ripidità del
sentiero pietroso che ad ogni passo frammenti di pietra scivolavano a valle, raggiunsi un ampio circolo fatto di pietre soggiorno notturno delle pecore pascolanti e di li vidi l'accampamento piccolo,
molto piccolo data l'altezza raggiunta, quì trovai le mura del sentiero tappezzate di sterco di mucca
misto a paglia ad essicare al sole,era una risorsa contadina per la cottura del pane,integrale veramente ottimo. Giunsi alla prime case senza incontrare alcuno,sembrava abbandonato.
Salii pochi gradini per trovarmi sul poggio sagrato della chiesuola Gotica tutta in pietra viva,con due bifore ai lati dalle vetrate colorate al centro del
frontespizio un rosone elaborato dava luminosità all'interno e un portone di quercia borchiato chiudeva in sicurezza il tempio di rito ortodosso.
Mentre nel più assoluto dei silenzi mi gustavo l'opera Gotica sentii i leggero tintinnio proveniente dal basso.Volsi lo sguardo verso la scala e vidi apparire una piccola bimba forse sui sette anni,dotata di un bastoncino con a fianco una capretta di razza nana cappelli giallo oro coperti da un colorito fazzoletto di seta allacciato sotto mento rimasi talmente colpito da simile angelica visione che la invitai ad avvicinarsi a me sorridendo a lei, e lei a me soridendo passo passo mi si avvicinò con la docile capretta,mi inginocchiai davanti a lei e benchè militare armato di me non ebbe paura. gli parlai dolcemente le frasi più belle che il cuore mi suggeriva,lei non capiva ma tranquilla sorrideva silenziosa piena solo di curiosità pensando forse chi potessi essere.
Mia madre prima di partire per la guerra mi donò una catenella d'oro con la medaglia della madonna Immacolata Concezione me la tolsi e la misi al collo della bambina che gli giungeva ai ginocchi, essa mi lasciò fare senza scontrosità.
Ma nel momento che io facevo l'atto di mettere la catenella al collo della bambia apparve il padre dalla scala,rimase interdetto nel vedere un militare nemico inginocchiato presso sua figlia settenne nell'atto di donare un simbolo religioso alla sua bambina si accostò silenzioso facendomi segno di non privarmi della catenella e la tolse alla figlia e me la pose i mano,senza capirci ci trovammo fratelli, gli misi in mano la medaglietta e gli dissi se conosceva il simbolo, mi disse di sì che era ortodosso e custode della chiesa; ripresi la catenella e la rimisi al collo della figlia che certamente non capiva quello che succedeva intorno.
il contadino mi strinse con calore le mani, mi fece visitare la chiesetta semplice, tutta bianca con un altare marmoreo coperto da una candida tovaglia con due candelabri di fattura antica nel rosone spiccava la figura di San Giorgio e il drago alcune icone bizantine decoravano le bianche pareti.Due file di panche occupavano la navata,alcune sedie erano assiepate i un angolo il pavimento era coperto da lastre di granito,tutto era pulito,solo l'odore del chiuso aleggiava nell'aria.
Usciti all’aperto ci salutammo da buoni amici ma direi fratelli perche l'emozione che ho avuto io
nel veder e apparire la bambina e la capretta,la stessa emozione certamente l'ha provata pure lui il buon contadino ortodosso nel vedermi inginocchiato presso sua figliola a cui donavo il ricordo a me più caro.
Penso sovente a quella bimba nell'età sua di poter essere stata madre,di essere anche già nonna o che già riposi nella sua pace celeste.
....continua